Considerazioni sistematiche sul fenomeno religioso (di Antonio Binni)

Fra le prime regole, che si apprendono, quando si è cooptati in Massoneria, vi è quella, per certo fra le più importanti, secondo la quale, in loggia, è fatto divieto assoluto di parlare di politica e religione.
La norma, per la forma perentoria, con la quale è formulata, ha il sapore dell’assioma. Anche la verità più evidente non sfugge, tuttavia, alla interpretazione, visto che lo stesso broccardo in claris non fit interpretatio è pur sempre il risultato di una ermeneusi. Del resto, è di tutta evidenza che la portata del divieto è circoscritta alla contrapposizione, partitica, da un canto, e, confessionale, dall’altro, considerato che il principio di tolleranza impone di non tenere per questo o quel partito, per questa o quella religione. La ratio della proibizione si fonda, dunque, sull’obbligo di non creare in Loggia un contraddittorio su nessuna delle due prefate materie, perché il confronto polemico, sia sull’una, sia sull’altra, finirebbe, fatalmente, quanto inevitabilmente, per incidere negativamente sulla fratellanza e, una volta la stessa incrinata, sulla armonia che deve, invece, sorreggere i lavori di Loggia.
In via di logico coerente corollario, consegue la – dunque del tutto legittima- facoltà di scrutinare, in termini generali, tanto la politica, quanto la religione.
Intesa, la prima, come l’arte e la scienza di governare lo Stato e la società civile, e, la seconda, come il complesso delle norme e dei culti che, nel corso della storia, esprime la relazione delle varie società umane con il mondo del divino, di regola, a fini salvifici.
Le riflessioni, che seguono, sono dedicate al fenomeno religioso, come fatto autonomo e distinto da tutte le altre manifestazioni dello spirito, quali la politica, l’economia, la morale, l’arte.
Anche se poi è di tutta evidenza che le concezioni religiose hanno esercitato sulle culture un influsso profondo. Le maggiori produzioni artistiche e letterarie dei popoli sono, infatti, nate da matrice religiosa.
Il che, sia detto per incidens, costituisce, dal profilo metodologico, una scelta di campo ben precisa, avendo l’estensore di queste note perfettamente presente che, oggi, anziché indugiare sull’aspetto oggettivo del fenomeno, con conseguente tentativo di definire la religione, si preferisce, invece, fissare l’attenzione sul soggetto -homo religiosus- che, della stessa, fa parte.
Lo spunto di questa riflessione prende le mosse da una triplice constatazione: il fenomeno religioso è fatto tipicamente umano, oltre che ubiquo e persistente.
E’ un fatto tipicamente umano perché “le bestie non hanno religione” (così L. Feuerbach all’inizio della Essenza del cristianesimo [1841]).
Ubiquo, perché non esiste praticamente tribù, città, o Stato, senza una qualche forma di religione.
Persistente, perché la religione, attraverso i millenni, è sopravvissuta ai più drastici
cambiamenti sociali ed economici: alla rivoluzione neolitica, alla rivoluzione urbana, alla rivoluzione industriale e post industriale.
Spiegare l’ubiquità e la persistenza della religione è invero opera così ardua da avere, sul punto, diviso gli studiosi.
Secondo alcuni, ambedue le caratteristiche si spiegherebbero, infatti, nei termini di universalia, ossia come un fatto comune a tutte le civiltà umane.
Secondo altri, invece, tanto l’ubiquità, quanto la persistenza nel tempo, andrebbero, all’opposto, ricondotte alla cultura o alla stessa socialità.A nostro sommesso, ma ponderato avviso, il fenomeno è così complesso e articolato da non potere essere fatto risalire ad un’unica causa.
Anche perché il fenomeno, per sua natura, presenta intrecci inestricabili, visto che, della religione, fanno parte anche il comportamento rituale, le offerte, i sacrifici, i voti, le preghiere, i linguaggi, la comunicazione e, come si è già rammemorato, la stessa arte. Sull’argomento, è, dunque, preferibile non pronunziarsi e limitarsi, invece, a prendere atto della ubiquità e della persistenza del fenomeno.
Definire la religione in termini generali è, notoriamente, oltremodo difficile.
Il perimetro della nozione non può, comunque, derivare che dalla previa individuazione degli elementi che caratterizzano la religione in quasi tutti i casi.
Le osservazioni che seguono sono preordinate a questo scopo. I lineamenti distintivi della religione, quali osservabili sul piano del comportamento fattuale, a nostro giudizio, sono quattro. La prima caratteristica fondamentale della religione è di natura negativa, dal momento che attiene a ciò che non può essere verificato empiricamente. La religione mira, infatti, a ciò che non può essere, né visto, né toccato. La seconda caratteristica è alla prima (ineffabile) antitetica. La religione, manifestandosi attraverso la comunicazione, finisce, infatti, per assumere una rilevanza sociale di tutta evidenza nella contemporaneità.
La terza peculiarità, implicita nelle prime due, è data dalla importanza assolutamente prioritaria che, alla stessa, viene riconosciuta. Ogni altro profilo umano (progetti-desideri-predilezioni-ecc.) viene, infatti, declassato, o, quanto meno, posposto al dato religioso. Il quarto – ed ultimo – carattere distintivo è costituito dalla paura nel senso che, offrendo una vita ultra-terrena, la religione scaccia la paura che gli uomini hanno della morte. Dal quale ultimo profilo, la religione è la protesta dell’uomo contro l’insensatezza degli eventi. Anche se,
talora, com’è doveroso riconoscere, l’azione rassicurante della religione scade in una vera e propria superstizione.
Alla luce dei tratti distintivi individuati, fermo il punto che la ricerca delle origini della religione richiede una prospettiva che travalica le singole civiltà, è possibile azzardare una definizione della religione come la credenza nel trascendente invisibile che si manifesta in concrete attività visibili, osservate con rigore e serietà, nella necessità di vincere la paura della fine dell’esistenza terrena.
L’ubiquità e la persistenza temporale del fenomeno religioso mettono in risalto il suo successo, che merita, pertanto, un suo specifico approfondimento, dal quale è lecito attendersi suoi ulteriori aspetti significativi, non meno rilevanti di quelli, in precedenza, già emersi.
L’affermazione generalizzata della religione nel tempo e nello spazio si spiega, in primis, sulla scorta della sua base genetica.
La religione, infatti, si manifesta, innanzitutto, con la imposizione di norme alimentari.
Non esiste, infatti, forma di religione, antica o moderna, che non comporti prescrizioni sul cibo: cosa mangiare e cosa non mangiare, quando e come mangiarlo. Ciò riguarda soprattutto, ma non solo, la carne: molti tipi di carne sono proibiti del tutto, mentre altri possono essere mangiati, ma solo se gli animali sono stati macellati in una certa maniera, specificata in grande dettaglio e codificata. Oggetto di prescrizioni è anche generalmente il consumo dell’alcool e di vari tipi di erbe “stupefacenti”.